Da Heinz Beck a Giulio Zoli, il dialogo tra maestri e talenti emergenti ridefinisce il panorama cittadino
Taste of Roma compie dieci anni e cambia prospettiva. Dal 6 al 10 maggio 2026 il festival si trasferisce nell’area del Gazometro, nel quartiere Ostiense, e costruisce un racconto gastronomico più ampio e consapevole. Il progetto cresce in durata, in contenuti e in ambizione. Cinque giorni, oltre venti ristoranti, un percorso che mette al centro cucina, materie prime e nuove modalità di fruizione del cibo in città.
Il contesto segna subito il ritmo. Il grande cilindro in ferro, alto quasi novanta metri, domina lo spazio e diventa elemento scenico. Attorno si sviluppa un villaggio gastronomico dove archeologia industriale e contemporaneità convivono. Le luci disegnano i percorsi, le installazioni accompagnano il pubblico, la musica costruisce un sottofondo continuo. L’esperienza non si limita all’assaggio. Coinvolge tutti i sensi. Il visitatore entra, osserva le brigate al lavoro, segue i passaggi, percepisce profumi e temperature. La cucina si mostra senza filtri.
Gli chef guidano il racconto. Nella prima parte del programma emergono figure che definiscono l’alta cucina romana e italiana. Heinz Beck porta la visione maturata a La Pergola. Tecnica rigorosa, attenzione nutrizionale, costruzione del piatto basata su equilibrio e leggerezza. Le sue preparazioni lavorano su estrazioni, riduzioni, contrasti misurati. Angelo Troiani sviluppa una cucina italiana contemporanea, dove la tradizione viene riletta con precisione tecnica e attenzione alla materia. Daniele Usai concentra il lavoro sul mare. Pesce selezionato, lavorazioni essenziali, cotture controllate per preservare struttura e sapidità.
Accanto ai nomi consolidati si muove una nuova generazione. Giulio Zoli, con Nomos Ante, lavora su fermentazioni, stagionalità e trasformazione degli ingredienti. Il risultato sono piatti complessi, costruiti su acidità e profondità aromatica. Andrea Cavallaro, con Sbracio, mette il fuoco al centro. Brace, carboni, cotture dirette. La materia prima entra in relazione con il calore in modo netto. Nicolò e Manuel Palescandolo, con Trecastelli, difendono l’identità romana. Amatriciana e cacio e pepe diventano esercizi di precisione. Pasta tirata a regola d’arte, pecorino selezionato, equilibrio tra grasso e sapidità. Davide Del Duca, con Osteria Fernanda, alterna memoria e innovazione. I suoi piatti cambiano struttura, mantengono riconoscibilità e introducono tecniche contemporanee.



La mappa gastronomica si amplia con altre realtà. Tribuna Campitelli Bottega 13, guidata da Roberto Bonifazi e Francesco Brandini, propone una cucina diretta, centrata sulla qualità degli ingredienti. Danilo Mancini, con Anavà, costruisce un’identità precisa, legata al territorio. Natale Giunta porta Oro Bistrot con una proposta che unisce tecnica e immediatezza. Leonardo Malgarini, con Casa Malgarini, lavora su gusto e memoria. Federico Salvucci, con Fase, spinge sulla ricerca. Ingredienti semplici vengono trasformati attraverso lavorazioni accurate. Il risultato è una cucina stratificata, dove ogni elemento ha un ruolo preciso.
Dal 9 al 10 maggio il programma evolve e introduce nuovi protagonisti. Andrea Pasqualucci, una stella Michelin con Moma, concentra il lavoro su filiera corta e sostenibilità. Le sue ricette partono dal prodotto, ne rispettano la stagionalità e riducono gli sprechi. Heros De Agostinis, alla guida di Ineo, propone una cucina elegante, costruita su tecnica e armonia. Koji Nakai introduce un dialogo tra Giappone e Italia. Tecniche nipponiche incontrano ingredienti locali. Il risultato è una cucina pulita, precisa, essenziale. Alessandro Pietropaoli, con The Green Restaurant, sviluppa una proposta vegetale. Verdure, legumi, erbe diventano protagonisti. Le preparazioni lavorano su consistenze, estrazioni e concentrazioni.
Altri chef completano il quadro. Ciro Cucciniello, da Carter Oblio, utilizza il fuoco come strumento principale. Le cotture esaltano sapori e texture. Giacomo Zezza, con Bistrot 64, propone una cucina raffinata ma accessibile. Yamamoto Ejii, con Sushisen, porta un sushi di ricerca, basato su selezione rigorosa del pesce e lavorazioni precise del riso. Anastasia Paris, con Futura, rappresenta una nuova generazione. Il suo laboratorio unisce tecnica, visione e sensibilità contemporanea.
Il menu del festival si costruisce attraverso piccole porzioni pensate per la degustazione. Ogni piatto è calibrato per essere assaggiato e confrontato. Pasta fresca lavorata al momento, carni selezionate, pesce trattato con precisione. Le materie prime arrivano da filiere controllate. Le lavorazioni sono espresse. Il pubblico osserva tempi e gesti. La parte dolce completa l’esperienza. Dessert costruiti su contrasti di consistenze, temperature e sapori. Creme, croccanti, elementi acidi e note amare dialogano nello stesso piatto.
Il beverage occupa uno spazio centrale. Vini italiani e internazionali accompagnano le proposte gastronomiche. Le selezioni valorizzano vitigni e territori. I sommelier guidano il pubblico nella scelta. La mixology sviluppa cocktail pensati per il pairing. Botaniche, infusioni e distillati premium vengono combinati per creare equilibrio con i piatti. Le degustazioni guidate approfondiscono tecniche di vinificazione, caratteristiche dei vitigni, processi produttivi.
Le masterclass entrano nel dettaglio operativo. Gli chef mostrano ricette, spiegano passaggi, condividono scelte. Si parla di fermentazioni, cotture a bassa temperatura, gestione delle materie prime. Il pubblico segue da vicino, osserva, prende appunti. I talk, moderati da Francesca Romana Barberini, analizzano trend, mercato e evoluzione del settore. Intervengono chef, produttori, professionisti. Il confronto è diretto. Le domande del pubblico alimentano il dibattito.
Il format introduce novità anche sul piano organizzativo. Cinque giorni di apertura ampliano l’offerta. I biglietti Open garantiscono flessibilità. La formula Happy Taste concentra l’esperienza serale con drink incluso. Gli abbonamenti su due giorni permettono di seguire più appuntamenti. L’obiettivo è intercettare un pubblico più ampio e adattarsi a nuove abitudini di consumo.
La sostenibilità resta un punto fermo. Recupero degli spazi urbani, riduzione degli sprechi, valorizzazione delle filiere locali. Il Gazometro diventa simbolo di trasformazione. Da area industriale a luogo di incontro culturale e gastronomico. Taste of Roma consolida il suo ruolo di piattaforma. Chef, produttori e pubblico si incontrano. Piatti, vini e idee costruiscono un racconto condiviso. La cucina si afferma come esperienza completa, contemporanea e partecipata.





