Ordinanze repressive: addio alla socialità tra tavoli e calici

Food News

Leggo sui social network proteste che si assomigliano tutte: “Ma davvero dobbiamo spegnere le nostre città per sentirci più sicuri? Dopo tre anni chiusi in casa adesso ci volete rinchiudere di nuovo?”. Frasi che sintetizzano bene lo sconcerto di tanti cittadini di fronte alle nuove ordinanze comunali che vietano tavoli all’esterno dopo la mezzanotte e impediscono il consumo di bevande alcoliche in aree pubbliche già dal tardo pomeriggio. Le piazze, i lungomari e i centri storici rischiano di trasformarsi in deserti artificiali. Una vitalità che si spegne “a comando”, per decreto, in nome di una sicurezza che somiglia più a una scorciatoia amministrativa che a una vera soluzione.

Questi provvedimenti vengono giustificati con la tutela dei minori e con la necessità di arginare il fenomeno del “pre-drinking”. Peccato che le ordinanze non lo specifichino mai: il divieto si allarga a tutti, indistintamente.

Ed è qui che nasce il paradosso: la legge nazionale già vieta la somministrazione e la vendita di alcolici ai minori di 18 anni. Basterebbe far rispettare quella norma, invece di colpire chiunque desideri semplicemente godersi un bicchiere all’aperto. Ma si sa, scrivere “vietato” fa più scena che organizzare controlli seri.

Il danno per il comparto della ristorazione e dell’enogastronomia è evidente. I dehors e gli spazi esterni sono investimenti importanti e rappresentano una parte fondamentale del fatturato, soprattutto nella stagione estiva. Limitare gli orari significa tagliare lavoro, occupazione e turismo.

E qui l’assurdo diventa beffa: gli esercenti pagano una tassa di occupazione del suolo pubblico per disporre dei tavoli esterni, tassa che durante il Covid era stata addirittura sospesa per aiutare le attività in difficoltà. Oggi la tassa si paga regolarmente, ma i tavoli vanno ritirati a mezzanotte. Un cortocircuito amministrativo che sa di ingiustizia.

Fare politica con i divieti è la via più facile. Basta una firma, un comunicato stampa, e il sindaco di turno appare risoluto, inflessibile, paladino della sicurezza. Una bella immagine da spendere subito, ma dietro resta il vuoto: nessuna educazione al bere responsabile, nessun piano strutturato per gestire la socialità. Solo cartelli con la scritta “vietato”.

E qui l’ironia diventa amara: dopo oltre tre anni di lockdown, restrizioni e città svuotate, invece di imparare dagli errori si sceglie di riproporre, in miniatura, lo stesso modello. Ma davvero qualcuno pensa che “rinchiudere” le persone sia la ricetta per il futuro? O forse il lockdown è diventato il manuale amministrativo da sfogliare al primo segno di difficoltà.

Non è politica di parte o questione di schieramenti: ordinanze simili sono state adottate in tutta Italia, da nord a sud.

– Pescara: divieto di consumo e asporto di alcolici tra le 17:00 e le 06:00
– Genova: divieto di consumo e asporto di alcolici in contenitori non sigillati dalle 22:00 alle 6:00.
– Bari: divieto totale di consumo di alcol all’aperto h24 in piazze centrali.
– Cuneo: divieto di consumo in strada per tutto il giorno, con stop all’asporto dalle 21:00 alle 7:00.
– Civitanova Marche: divieto di consumo in strada dalle 22:00 alle 6:00.
– Pordenone: stop all’asporto di bevande alcoliche dalle 20:00 alle 7:00.
– Verona: divieto storico di consumo in parchi e vie, attivo h24.
– Teramo: divieto nelle aree pubbliche del centro e della stazione.

Città diverse, amministrazioni di colore politico diverso, ma stesso schema: divieti, restrizioni, compressione della socialità. Le voci di chi lavora e ordinanze non colpiscono solo i cittadini, ma soprattutto chi ogni giorno investe e lavora in questo settore.

Un ristoratore racconta: “Abbiamo investito migliaia di euro per creare spazi esterni accoglienti, paghiamo la tassa di occupazione del suolo pubblico e rappresentiamo un presidio di socialità. Ora ci dicono di togliere i tavoli a mezzanotte. Non è solo una perdita economica, è una mancanza di rispetto per chi lavora onestamente.”

Un imprenditore del vino aggiunge: “Il vino non è solo una bevanda, è cultura, territorio, identità. Limitare il consumo con ordinanze generalizzate significa svilire un comparto che dà lavoro e prestigio al nostro Paese”. È come dire che la soluzione ai problemi della scuola sia chiudere le aule. Qualcuno potrebbe anche dire: “Ma ci si può divertire anche senza alcol”. Certo, ed è una risposta legittima — ma che lasciamo a chi non ha a cuore il settore vitivinicolo ed enogastronomico, che in Italia vale miliardi di euro, dà lavoro a centinaia di migliaia di persone e rappresenta una parte essenziale della nostra cultura. Ridurre tutto a un “senza alcol si vive lo stesso” significa non capire il peso di un comparto che non è solo consumo, ma identità, territorio, tradizione.

E allora viene spontaneo chiedersi, se questi sindaci bevono vino o alcolici, se sono appassionati di enogastronomia, se conoscono davvero il valore che porta al territorio e se hanno mai respirato la spensieratezza che rende vive le piazze e i centri storici.

La sicurezza è un valore primario, ma non si costruisce con cartelli rossi e divieti generalizzati. Si costruisce con educazione, controlli mirati, collaborazione con cittadini e imprese. Perché nessuna città italiana merita il silenzio forzato: l’anima di un territorio è fatta di incontro, convivialità, cultura e vita all’aperto.

E allora viene da sorridere: forse certi sindaci credono che la movida si governi con un orologio in mano, che l’enogastronomia sia solo un titolo nei convegni e che la spensieratezza sia un lusso da reprimere.

Ma se l’unica soluzione è spegnere le luci, cosa faranno quando non ci sarà più nulla da spegnere?

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

- Advertisement -spot_img

Ristoranti

Ultimi articoli

- Advertisement -spot_img

More Recipes Like This

- Advertisement -spot_img