Daniele Lippi rilegge i sapori italiani in un boutique hotel affacciato sul Tevere, tra giardino, piscina e saloni liberty.
Nel giardino segreto di Palazzo Dama, tra palme, saloni liberty e una piscina che sembra sottratta al rumore del centro di Roma, la trattoria italiana cambia abito. Dai primi di giugno, a pochi passi da Piazza del Popolo e dalle rive del Tevere, ha aperto Donkey’s Bar, il nuovo progetto gastronomico del Gruppo Acquolina. Un indirizzo che unisce cucina laziale, ospitalità cinque stelle, cocktail culture e atmosfera cosmopolita, senza cancellare il carattere schietto delle ricette da cui prende le mosse.


Il format evolve l’esperienza de Li Somari, insegna affermata a Tivoli, e la trasferisce dentro una dimora aristocratica di fine Ottocento. Il risultato è una “fine trattoria”, definizione che racchiude l’identità del locale: sapori leggibili, porzioni generose e piacere della tavola entrano in un ambiente elegante, sostenuti da un servizio sartoriale e da una regia gastronomica precisa. Il lusso resta misurato. Vive nella qualità delle materie prime, nella cura del gesto, nel ritmo dell’accoglienza e nella libertà di fermarsi dalla mattina al dopocena.
A disegnare la proposta è Daniele Lippi, chef del ristorante bistellato Acquolina. La sua cucina nasce da tecnica, ricerca e conoscenza del prodotto, ma qui sceglie un linguaggio diretto, conviviale, capace di parlare sia ai romani sia agli ospiti internazionali dell’hotel. Lippi prende il patrimonio italiano, con un’attenzione particolare a Roma e al Lazio, e ne conserva la memoria gustativa. Cambiano la costruzione del piatto, gli accostamenti e la presentazione, mentre resta intatto il riconoscimento immediato del sapore.


La conduzione quotidiana dei fornelli è affidata al resident chef Giorgio Faga, chiamato a tradurre l’impostazione di Lippi in un servizio continuo e coerente. Benito Cascone, brand manager del Gruppo Acquolina, supervisiona invece il progetto e il dialogo tra cucina, sala, bar e identità del marchio. Tre ruoli distinti compongono una squadra nella quale l’alta ristorazione incontra l’energia della trattoria e la dimensione informale di un luogo aperto in diversi momenti della giornata.
«Con Donkey’s Bar volevamo costruire un luogo capace di parlare sia alla città sia al pubblico internazionale di Palazzo Dama, mantenendo centrale l’idea di una cucina italiana riconoscibile, conviviale e contemporanea», spiega Andrea La Caita, Managing Director del Gruppo Acquolina. «L’obiettivo era portare il concetto di trattoria in un contesto diverso, senza snaturarne autenticità e immediatezza».
La carta rende concreta questa visione. Gli spaghettoni cacio, pepe e gamberi rossi raccontano l’incontro tra un caposaldo romano e la dolcezza marina del crostaceo. La cremosità del formaggio, la spinta aromatica del pepe e la polpa delicata del gambero costruiscono un equilibrio tra intensità, sapidità e freschezza. È un piatto identitario, familiare nel richiamo, contemporaneo nell’abbinamento, pensato per chi cerca Roma senza rinunciare a una lettura personale.
Il midollo di bue porta in tavola una materia prima ricca e profonda. La sua consistenza morbida e il gusto concentrato richiamano una cucina di sostanza, governata con precisione per evitare eccessi. Il baccalà mantecato lavora invece sul contrasto tra la fibra sapida del pesce e una trama cremosa. Sono preparazioni che valorizzano ingredienti netti e riconoscibili, affidando alla tecnica il compito di renderli più armonici senza privarli della loro personalità.
La convivialità emerge nei mezzi paccheri ai tre pomodori, limone e ricotta salata, serviti per tutto il tavolo. Il formato di pasta accoglie un condimento costruito sulle diverse sfumature del pomodoro. Il limone introduce una nota agrumata che alleggerisce il boccone, mentre la ricotta salata aggiunge sapidità e una componente lattica. Il servizio condiviso recupera il rito domestico del vassoio al centro, invita allo scambio e trasforma la portata in un momento collettivo. La ricetta esprime bene la filosofia del locale: ingredienti italiani, gusto comprensibile, esecuzione curata e nessuna distanza tra piatto e commensale.






Accanto alle proposte simbolo, il menu alterna classici romani e laziali a creazioni adatte a una clientela internazionale. Il filo conduttore è un comfort food italiano di qualità, fondato su prodotti territoriali e preparazioni generose. La tradizione non diventa una formula rigida. Funziona come una grammatica comune, utile per comporre piatti attuali, accessibili e fedeli alla loro origine. Anche la presentazione segue questa misura: elegante, ma priva di costruzioni decorative che distolgano l’attenzione dal gusto.
Il bar completa il racconto gastronomico. Donkey’s Bar accompagna pranzo, aperitivo, cena e dopocena con una mixology integrata nella vita del ristorante. I cocktail segnano il passaggio dalla luce del giardino alla sera e rafforzano la vocazione internazionale dell’indirizzo. Il bancone collega tavola, piscina e socialità: si arriva per un drink, si prosegue con la cena o si chiude la serata nelle sale del palazzo.
La cornice aggiunge profondità al menu. Oggi ospita un boutique hotel cinque stelle lusso con 29 camere e quattro suite, tutte diverse, inserite tra saloni storici e arredi eleganti. Il restyling dell’architetto Antonio Girardi ha conservato il carattere nobiliare della dimora, aprendolo a un’idea più fluida e quotidiana di ospitalità.
Il grande giardino interno con piscina, raro nel cuore di Roma, diventa nella stagione estiva il centro visivo e sociale di Donkey’s Bar. Le sale interne, il verde e il bordo vasca offrono scenari diversi per il pranzo, l’aperitivo e la cena. Il ristorante si estende così oltre la tavola e assume il ritmo di una destinazione urbana. Qui trovano spazio eventi privati, appuntamenti lifestyle e serate dedicate alla nuova ospitalità romana, in equilibrio tra discrezione, musica, cucina e vita all’aperto.
La novità supera i confini del ristorante d’albergo. Donkey’s Bar vuole essere frequentato dalla città, vissuto dagli ospiti di Palazzo Dama e scelto anche per un cocktail a bordo piscina o una cena da condividere. La cucina di Lippi e Faga resta il centro dell’esperienza. Intorno, il palazzo, il giardino, il servizio e il bar costruiscono un racconto unitario. Roma entra nei piatti attraverso cacio, pepe, pasta e memoria laziale. Il mondo arriva in sala con i viaggiatori, i drink e un’idea di ospitalità aperta. La “fine trattoria” nasce da questo incontro: italiana nel gusto, internazionale nel modo di vivere la tavola.





