Lo storico indirizzo della Dolce Vita di via Flavia rinasce con la gestione di Luca Di Clemente e la cucina contemporanea dello chef Andrea Lattanzi, tra memoria, grandi ricette romane e dettagli di stile.
Taverna Flavia torna a vivere nel cuore del quartiere Ludovisi e riaccende una delle insegne più celebri della ristorazione romana. A pochi passi da Via Veneto, tra palazzi eleganti e memorie della Dolce Vita, questo indirizzo storico apre una nuova pagina senza rinunciare alla propria identità. Il progetto porta la firma dell’imprenditore romano Luca Di Clemente, che ha scelto di restituire alla città un luogo carico di storie, incontri e personaggi leggendari, affidando la cucina al giovane chef Andrea Lattanzi.
Per decenni la Taverna Flavia è stata la casa gastronomica di Mimmo Cavicchia, oste carismatico capace di conquistare attori, registi, cantanti e protagonisti della mondanità internazionale. Qui hanno trovato un tavolo e un’atmosfera familiare nomi come Audrey Hepburn, Liz Taylor, Frank Sinatra, Sophia Loren, Claudia Cardinale, Al Pacino, Sharon Stone, Hugh Grant e Quentin Tarantino. Oggi quelle fotografie continuano a raccontare il passato del locale e dialogano con un ambiente rinnovato che guarda al presente.



La ristrutturazione ha scelto la via dell’equilibrio. Le arcate in mattoni sono rimaste a testimoniare la storia del luogo. Sedute in velluto rosa e grigio, legni caldi, carta da parati discreta e dettagli contemporanei hanno trasformato la vecchia taverna in uno spazio raffinato e internazionale. Il risultato è accogliente, elegante e privo di eccessi. Ogni elemento sembra studiato per accompagnare l’esperienza gastronomica senza distrazioni.
Grande attenzione è stata dedicata anche alla mise en place. Il tovagliato curato, le stoviglie essenziali e la disposizione dei tavoli contribuiscono a creare un’atmosfera rilassata. Il servizio segue la stessa filosofia. Professionale, preparato e presente, ma mai invadente. Un approccio che valorizza l’ospite e accompagna il racconto dei piatti con competenza.
La vera novità si trova però in cucina. Andrea Lattanzi, classe 1995, ha costruito una proposta che parte dalla memoria gastronomica romana e italiana per arrivare a una trattoria moderna. La sua idea è chiara: recuperare sapori riconoscibili e alleggerirli attraverso tecnica, precisione e sensibilità contemporanea. La tradizione non viene imitata. Viene interpretata.
Formatosi all’alberghiero di Marino, Lattanzi ha maturato esperienze importanti a Roma accanto a professionisti che hanno contribuito alla sua crescita. Tra queste spiccano il lavoro con Tommaso Pennestri e quello con Oliver Glowig, dal quale ha appreso il valore dell’essenzialità nel piatto. Determinante anche il periodo trascorso in Francia, tra Saint Tropez e Courchevel, dove ha approfondito il ruolo delle salse, dei fondi e delle cotture accurate.
Questa influenza francese emerge con discrezione lungo tutto il menu. Burro, fondi e riduzioni vengono utilizzati con misura per amplificare i sapori senza coprirli. Il risultato è una cucina golosa, leggibile e coerente.
Gli antipasti raccontano subito questa filosofia. La Tartare di Fassona piemontese viene servita con salse e vegetali stagionali che ne esaltano la qualità della carne. Pizza e mortadella trasforma un abbinamento popolare in una proposta elegante grazie a crocchette di mortadella con panatura di pizza bianca, Parmigiano Reggiano Dop e cipolla rossa caramellata. Pan brioche e alici unisce alici marinate, pane fatto in casa, stracchino e limone. La Ricciola stagionata dialoga con asparagi, kiwi, arancia e latte di noci. La Frittatina di patate combina uovo, rosti, creme fraiche agli agrumi ed erba cipollina. Pollo e peperoni rilegge un classico romano con tecnica e precisione.






Nei primi piatti emerge con forza l’identità della casa. Carbonara, Cacio e Pepe e Amatriciana occupano un posto centrale. L’Amatriciana viene preparata con una lunga cottura della salsa, quasi quattro ore, per concentrare aromi e profondità. La Carbonara punta sull’equilibrio tra uovo, Pecorino Romano Dop, pepe nero e guanciale stagionato. La Cacio e Pepe si affida alla qualità delle materie prime e alla corretta emulsione.
Tra le creazioni più originali spicca il Risone al formaggino mio. Un piatto che richiama l’infanzia e sorprende per tecnica e intensità. L’estrazione di bufala, il burro e il parmigiano avvolgono la pasta, mentre il ragù di cortile nascosto al suo interno regala un finale inatteso. È una ricetta che sintetizza perfettamente il pensiero dello chef.
Di grande interesse anche i Bottoncini di coniglio alla cacciatora con spuma di mozzarella affumicata e limone nero fermentato. Il Fusillone di baccalà alla trasteverina aggiunge gel di cipolla bruciata, latte di pinoli e sommacco. I Tagliolini alle erbe di campo giocano invece su burro affumicato, ragù vegetale, salsa all’aglio e liquirizia e mollica croccante.
I secondi confermano il livello della proposta. Il Polpo rosticciato viene accompagnato da crema di carote, lattuga arrostita e maionese di polpo all’aceto di lamponi. Il Filetto di manzo da trecento grammi incontra una classica salsa Bernese. La Salsiccia e broccoletti sorprende con una crepinette di rana pescatrice. La Zucchina ripiena valorizza l’ortaggio simbolo dell’estate romana. Pecora, carciofi e mugnaia rappresenta invece un omaggio al territorio.
Il piatto manifesto della cucina è probabilmente Il nostro galletto. Dopo una cottura sottovuoto a bassa temperatura, il galletto viene rosolato, nappato con burro e completato con jus de volaille e finto miele di pere. Il contorno di patata croccante aggiunge consistenza. È una preparazione che unisce tecnica francese e memoria italiana con grande efficacia.
Anche i contorni meritano attenzione. Verdure ripassate, friggitelli arrostiti, patate di Avezzano e misticanza di campo completano il percorso con ingredienti semplici trattati con rispetto.
Il capitolo dessert punta sulla riconoscibilità. La Torta di mele con zabaione richiama i sapori domestici. Il Marisù, interpretazione originale del maritozzo con crema al mascarpone, cacao e inserto al caffè, conquista gli amanti dei dolci tradizionali.
La carta dei vini rappresenta un altro elemento distintivo. L’attenzione è rivolta soprattutto al Lazio, regione ricca di denominazioni spesso poco valorizzate. Al calice si trovano etichette come Velobra Cesanese del Piglio di Giovanni Terenzi, Villa Tirrenia Merlot di D’Amico e Pancarpo Cabernet Sauvignon di Giangirolami. Tra i bianchi compaiono Frascati di Principe Pallavicini, Chardonnay Calanchi di Vajano e Bellone Capolemole di Carpineti. Le bollicine spaziano dal Metodo Classico di Gian Marco e Letizia Moratti al Prosecco Doc Treviso di Villa Sandi.
Un altro aspetto che colpisce è il rapporto qualità prezzo. In una zona prestigiosa della Capitale, frequentata da turisti e professionisti, Taverna Flavia propone una cucina curata, ingredienti selezionati, servizio attento e ambiente elegante mantenendo un posizionamento equilibrato. Una scelta che rende il locale accessibile a una clientela ampia e trasversale.
La rinascita della Taverna Flavia non è dunque un semplice recupero immobiliare. È il ritorno di un luogo simbolico che continua a raccontare Roma attraverso la tavola. Tra fotografie d’epoca, ricette reinventate, vini del territorio e un’accoglienza autentica, il ristorante costruisce un ponte tra passato e futuro. La memoria della Dolce Vita resta presente in ogni sala, ma il racconto si arricchisce di nuove idee, nuovi sapori e nuova energia. In una città dove le aperture si susseguono rapidamente, Taverna Flavia sceglie una strada diversa: custodire la storia e trasformarla in esperienza contemporanea.





