Da Roma al granito rosa della Costa Smeralda, fino ai ghiacciai del Monte Bianco: la grande insegna di Davide Solari e Lorenzo Renzi accende l’estate 2026 con novità, nuovi menù e una mixology d’autore che non smette di sorprendere
C’è un filo invisibile che unisce il riflesso del sole sul fiordo di Poltu Quatu all’ombra fresca delle travi di uno chalet ai piedi del Monte Bianco. Un filo che sa di carbonara, di amaro, di velluto bordeaux e di specchi in ottone. Si chiama Il Marchese, e per l’estate 2026 torna più vivo, più ricco e più sorprendente che mai, con le riaperture delle sue due sedi stagionali — la sarda e la valdostana — che si aggiungono ai presidi permanenti di Roma e Milano. Quattro indirizzi, quattro declinazioni di uno stesso sogno imprenditoriale che Davide Solari e Lorenzo Renzi, amici dai banchi di scuola e soci di una vita, hanno costruito con pazienza, visione e un amore dichiarato per la cucina italiana più autentica.
Il 29 maggio 2026 ha segnato l’apertura della seconda stagione de Il Marchese Poltu Quatu, nel cuore della Costa Smeralda, affacciato sull’insenatura che guarda verso l’Arcipelago della Maddalena. Tre giorni dopo, il 1° giugno, anche la Valle d’Aosta ha riaperto le porte de Il Marchese Courmayeur, ai piedi del tetto d’Europa. Due ritorni attesi, celebrati dai clienti fedeli e dai nuovi ospiti che ogni estate scoprono questo brand con la stessa meraviglia di chi entra per la prima volta in una stanza bellissima e inaspettata. Entrambe le sedi stagionali hanno debuttato nel 2025, affermandosi sin da subito come tappe fondamentali del percorso imprenditoriale di Solari e Renzi. Un percorso che non conosce sosta, e che porta lo stile inconfondibile de Il Marchese — la sua cucina romana autentica, la sua mixology d’autore, il suo décor aristocratico e popolare insieme — nelle destinazioni più desiderate d’Italia.
UNA STORIA DI AMICIZIA E DI GUSTO
Per capire Il Marchese bisogna partire dall’inizio, da quella Roma luminosa e caotica che Solari e Renzi conoscono come le proprie tasche, e dall’intuizione condivisa che avevano qualcosa di unico da raccontare. Non solo un ristorante, non solo un cocktail bar: uno spazio ibrido, un’osteria contemporanea capace di far convivere le atmosfere di un salotto aristocratico dell’Ottocento con la generosità schietta delle trattorie di quartiere. L’idea era già scritta nel nome, liberamente ispirato al celebre film di Mario Monicelli con Alberto Sordi protagonista: Il Marchese del Grillo, in cui il nobile Onofrio del Grillo e il carbonaro — il suo doppio di estrazione popolare — si mescolano in una danza comica e profondamente umana che è, in fondo, la storia dell’Italia stessa.
Quella doppia anima vive concretamente in ogni sede del gruppo. La prima, aristocratica, si manifesta nell’arredamento ispirato all’art déco e alle dimore borghesi del XIX secolo francese: velluti profondi — bordeaux e blu antico a Courmayeur — lampadari che diffondono una luce calda e cerimoniosa, specchi incorniciati in ottone che moltiplicano spazi e presenze, dettagli scelti uno a uno con la cura di chi allestisce un palcoscenico. La seconda anima, popolare e goduriosa, parla invece il linguaggio della tavola comune: sapori diretti, ricette tramandate, vino versato senza calcolo. Insieme, queste due anime creano un luogo dove ci si sente accolti davvero, dove l’eleganza non intimidisce e il cibo non delude mai. Un format che, nato nel cuore di Roma sette anni fa in via di Ripetta, è stato “esportato” con successo a Milano nel 2022, e poi nelle destinazioni stagionali di mare e montagna.
IL MARCHESE POLTU QUATU: IL FIORDO DI GRANITO ROSA
Poltu Quatu, dal dialetto gallurese, significa letteralmente “porto nascosto”. E nascosto lo è davvero, nella sua bellezza discreta di insenatura naturale scavata nel granito rosa della Sardegna settentrionale, nata come villaggio di pescatori nel 1987 e trasformata negli anni in una delle mete più ricercate della Costa Smeralda. Le pareti di roccia scendono a strapiombo nell’acqua trasparente, la macchia mediterranea colora le coste, e davanti, l’Arcipelago della Maddalena appare come una promessa di bellezza ulteriore.







In questo scenario da copertina, Il Marchese ha trovato la sua casa estiva nel 2025 — primo anno di apertura della sede sarda — e per il 2026 torna con una novità che cambierà l’esperienza dei cento coperti distribuiti sul terrazzamento con vista sull’insenatura: una nuova e ampia terrazza coperta, confortevole e ombreggiata, che affaccia sia sull’acqua verde del fiordo sia sul mare aperto verso la Maddalena. Uno spazio pensato per essere vissuto in ogni ora del giorno, protetto dall’afa, eppure immerso nella natura.
Da fine giugno, Il Marchese Poltu Quatu aprirà anche a pranzo, con un menù dedicato, più agile e immediato rispetto alla proposta serale, ma senza rinunciare alla qualità identitaria del brand. Per chi preferisce vivere l’estate in mare, arriva anche il servizio di take away: un pranzo firmato Il Marchese da portare in barca, per chi non vuole rinunciare al gusto anche a largo.
LA CUCINA DI DANIELE ROPPO: ROMA INCONTRA IL MARE
A firmare ogni piatto del gruppo c’è Daniele Roppo, Executive Chef romano di nascita e di spirito, custode di una cucina della memoria che non ha paura di contaminarsi con le tecniche contemporanee e con le suggestioni dei territori che attraversa. Roppo conosce ogni produttore per nome, sceglie personalmente i fornitori — spesso piccole realtà a conduzione familiare — e non ammette compromessi sulla qualità della materia prima. La sua è una cucina di sostanza e di rispetto, dove la tradizione romana viene reinterpretata senza essere tradita, alleggerita nelle cotture ma profonda nei sapori.
A Poltu Quatu, il menù estivo costruisce un dialogo preciso tra la grande tradizione gastronomica della Capitale e i prodotti del mare sardo. I piatti simbolo del gruppo restano irrinunciabili: la Crocchetta di baccalà su crema di ceci al rosmarino, con la sua crosta dorata e il cuore morbido; la Crocchetta di bollito con salsa verde, omaggio alla cucina povera romana elevata a eleganza; le iconiche paste — Carbonara, Matriciana, Cacio e Pepe e Gricia — eseguite con la tecnica e l’attenzione che solo chi è cresciuto con quelle ricette può garantire; il Filetto di vitello come saltimbocca; il Tiramisù classico e il Tiramisù al pistacchio.
Il menù estivo si arricchisce di piatti pensati per questo luogo e per questo clima. Tra gli antipasti, la Millefoglie di pappa al pomodoro con pane guttiau e stracciatella unisce la memoria della cucina italiana alla croccantezza del tipico pane sardo condito con olio e sale. La Tartare di pescato del giorno con ceviche alla menta, guacamole e shiso croccante guarda alle contaminazioni degli agrumi e delle erbe aromatiche senza perdere il legame con il mare. Il Fiore di zucca scomposto con bufala, alice e pomodoro secco rivisita in versione libera la tradizione laziale.
I primi piatti allargano ulteriormente l’orizzonte. La Fregola con seppia, pomodorini confit, olio al basilico e katsuobushi fonde la pasta sarda con i fiocchi di tonno affumicato della tradizione giapponese in un accostamento ardito dove l’umami si fa strada tra i sapori del Mediterraneo. Lo Spaghettone alle vongole con salicornia e olio al prezzemolo porta la salsedine vegetale di quest’erba di mare. La Fettuccina burro e Parmigiano con battuto di manzo alla brace e pomodoro secco chiude con una nota di comfort e profondità.
I secondi completano una carta di mare: il Polpo su crema di zucchina e menta con salsa teriyaki e fiore di zucca croccante, la Frittura di calamari e gamberi, il Filetto di pescato del giorno alla piastra. Per chi cerca leggerezza, la Bufala campana DOP si declina con alici, con prosciutto di Parma o con salmone marinato agli agrumi. A chiudere i dessert: la Tartelletta con ricotta e visciola, il Brazil nocciolino e caramello mou salato, il Carpaccio di ananas marinato con crema al cocco.
IL MARCHESE COURMAYEUR: LA MONTAGNA CON L’ANIMA ROMANA
Courmayeur è un’altra storia, un altro paesaggio, un altro respiro. La cittadina valdostana ai piedi del Monte Bianco — 4.808 metri, vetta più alta delle Alpi e di tutta Europa — ha un’eleganza sobria e alpina, fatta di pietra e legno, di aria rarefatta e silenzi profondi che invitano a rallentare. Il Marchese ha aperto qui la sua sede nell’inverno 2025/’26, portando per la prima volta nel cuore delle Alpi italiane la sua formula di ospitalità: cucina romana contemporanea, mixology d’autore e un’atmosfera che mescola la sofisticazione della grande città con il calore autentico del rifugio di montagna.
Lo spazio di via Circonvallazione 48 è un’immersione immediata in quell’ibrido di identità che è la cifra stilistica del gruppo. Le travi del soffitto spiovente in legno, la pietra a vista delle pareti, l’atmosfera del tipico chalet alpino vengono attraversati e trasformati dai dettagli inconfondibili del Marchese: i velluti bordeaux e blu antico, i lampadari, gli specchi e i profili in ottone, quel tocco art déco che in qualsiasi latitudine riconosci immediatamente. Le grandi vetrate che si aprono sul verde della montagna bagnata dal sole estivo fondono interno ed esterno in un’unica esperienza visiva che cambia colore e carattere con la luce del giorno.




Con l’arrivo della bella stagione, la terrazza esterna da oltre sessanta coperti diventa il luogo più desiderato dove vivere il Marchese: seduti tra i colori intensi della montagna in estate, con la maestosità silenziosa del Monte Bianco che domina l’orizzonte, si mangia e si beve con quella sensazione rara di essere esattamente dove si dovrebbe essere. Un posto che non ha bisogno di spiegazioni.
Le novità della stagione estiva 2026 a Courmayeur passano anche per la carta. Accanto alla pinsa — già presente nel menù come alternativa leggera e croccante per l’aperitivo o per una cena informale tra amici — fa il suo ingresso trionfale la pizza. Romana, naturalmente, nella sua versione bassa e fragrante, proposta nei due grandi classici: la Margherita e la Marinara. Un gesto di semplicità dichiarata, una scelta che parla il linguaggio della convivialità più pura.
LA CUCINA ALPINA DI DANIELE ROPPO
Anche a Courmayeur Roppo porta i pilastri della cucina del gruppo, quei piatti identitari che i clienti del Marchese cercano in ogni sede: la Crocchetta di bollito con salsa verde, la Crocchetta di baccalà su crema di ceci al rosmarino, le paste romane della tradizione — Carbonara, Matriciana, Cacio e Pepe — il Filetto di vitello come saltimbocca, i due tiramisù.
Ma la montagna chiede piatti che dialoghino con la stagionalità alpina. Tra gli antipasti, la Trota salmonata marinata ai frutti rossi con mela verde, panna acida alla menta e croccante di mandorle porta con sé la freschezza dei torrenti alpini e la dolcezza della frutta. Il Battuto di manzo con olio alla brace, pomodoro secco, mayo e crumble alle nocciole offre profondità in ogni boccone. Le Polpette al sugo con crema di Parmigiano chiudono la sezione con un conforto senza compromessi.
I primi allargano la visione: il Risotto ai tre pomodori, basilico e stracciatella; lo Spaghettone burro, alici, crumble alle erbe e caviale di aringa affumicata, dove la nota iodica e affumicata sorprende in un contesto alpino; la Pappardella al ragù di cortile con riduzione di Cesanese e crumble di arancia e rosmarino, omaggio al Lazio dove il vino rosso del territorio si trasforma in lacca profumata che avvolge la pasta.
Tra i secondi, il Rollè di pollo con salsiccia, limone, menta e pinoli è generoso e montanaro nel senso più bello. Le Guancette di maialino con prugne, mela verde e purè di patate raccontano la cucina valdostana nel linguaggio di Roppo, dove la frutta accompagna la carne in un accostamento dolce-saporito di grande eleganza. Il Fish & Chips a modo mio chiude con ironia. I dessert rispecchiano quelli di Poltu Quatu: Tiramisù classico e al pistacchio, Tartelletta ricotta e visciole, Brazil nocciolino e caramello mou salato, Carpaccio di ananas marinato.
L’AMARO BAR: UN PRIMATO EUROPEO
Se la cucina è il cuore de Il Marchese, la sua anima liquida è l’Amaro Bar. Voluto sin dall’inaugurazione romana da Solari e Renzi come cuore del progetto beverage, è rimasto negli anni una delle proposte più originali e riconoscibili del panorama italiano della mixology: il primo amaro bar d’Europa, con una selezione che supera le cinquecento etichette — e che ha toccato quota seicento — capace di coprire l’intera geografia del bere amaro italiano, dalle erbe alpine ai liquori del Sud, dalle grandi maison agli artigiani più piccoli e introvabili.
A fare da guida in questo universo è Fabrizio Valeriani, Bar Manager del gruppo, che ha fatto del bere amaro una vera filosofia e una forma di racconto. La sua drink list porta con sé, in ogni sede, la sezione degli Americani: sei varianti realizzate con amari diversi, accompagnate da una legenda che indica il grado di dolcezza o amarezza del drink, per orientare l’ospite in un universo fatto di sfumature sottili e inaspettate. Un approccio didattico e raffinato insieme, che trasforma l’aperitivo in un’esperienza educativa nel senso più piacevole del termine. La drink list di Valeriani cambia con le stagioni e con le sedi — a Poltu Quatu i drink parlano di mare e frutta mediterranea, a Courmayeur hanno note alpine ed erbacee, più profonde — ma mantiene sempre la coerenza di una visione: la mixology d’autore deve raccontare qualcosa, deve avere un’identità che si lega a quella del cibo e degli spazi. E in ogni sede del gruppo, quella visione è perfettamente riconoscibile.
QUATTRO SEDI, UN’UNICA VISIONE
Roma, via di Ripetta 162, è la casa madre, il luogo dell’inizio, dove sette anni di attività hanno costruito una comunità di fedelissimi che torna ogni settimana come si torna in un posto amato. Milano, via dei Bossi 3, aperta nel 2022, ha replicato il successo nella capitale finanziaria d’Italia, confermando che l’idea di Solari e Renzi funziona anche fuori dal contesto romano. Poltu Quatu, Villaggio Poltu Quatu 4, Arzachena, è il sogno estivo, dove il mare sardo fa da scenografia a una cucina romana che non ha paura di contaminarsi con i sapori del territorio. Courmayeur, via Circonvallazione 48, è la casa delle montagne, dove le Alpi si mescolano ai velluti e agli amari in un connubio che funziona meglio di quanto si potrebbe prevedere.
Tutte e quattro le sedi resteranno aperte durante tutta l’estate 2026, ciascuna con proposte che mantengono i capisaldi del gruppo adattandosi all’atmosfera e al ritmo del luogo: più energica a Courmayeur, dove la montagna chiama all’avventura; più lenta e contemplativa a Poltu Quatu, dove il tempo sembra dilatarsi davanti all’acqua; più raffinata e internazionale a Milano; sempre vivace e dichiaratamente conviviale a Roma, dove tutto ha avuto inizio.


Ciò che colpisce de Il Marchese, al di là dei piatti e dei cocktail, è proprio questa coerenza. In un’epoca in cui i brand della ristorazione tendono a diluirsi quando si espandono, Solari e Renzi hanno costruito qualcosa che regge la moltiplicazione senza perdere identità: un format esportabile e autentico al tempo stesso, uno stile italiano di ristorazione e di ospitalità che si riconosce immediatamente in ogni latitudine. L’estate 2026 de Il Marchese è, in definitiva, un invito a muoversi lungo la penisola seguendo il filo del gusto, a scoprire che la cucina romana contemporanea sa stare bene ovunque — tra i graniti rosa della Sardegna, tra i larici della Valle d’Aosta, tra i palazzi liberty di Milano e le vestigia antiche di Roma. Un invito a sedersi, a ordinare, a lasciarsi raccontare qualcosa. Perché Il Marchese, in fondo, è sempre e soprattutto questo: un luogo dove si sta bene, dove si mangia bene, dove ci si ricorda perché la tavola italiana è ancora, e per fortuna, la più bella del mondo.





