Nella boutique Faiella Pastry Chef di San Marzano sul Sarno, il maestro pasticcere campano rilegge uno dei dolci simbolo della tradizione partenopea in due versioni: quella al cacao e mandorle e una variante al limone, più fresca e primaverile.
Ci sono dolci che nascono da una ricetta precisa, da una tecnica codificata, da una tradizione tramandata senza deviazioni. E poi ci sono dolci che nascono da un errore. La torta caprese appartiene a questa seconda categoria: un incidente diventato icona, una dimenticanza trasformata in identità, un dolce che ha costruito la propria fortuna proprio attorno a ciò che mancava.
Secondo il racconto più diffuso, tutto sarebbe nato a Capri negli anni Venti del Novecento, quando il pasticcere Carmine Di Fiore avrebbe dimenticato di aggiungere la farina a un impasto di cioccolato e mandorle. Il risultato, invece di essere un fallimento, divenne uno dei dessert più riconoscibili della tradizione campana: superficie sottile e leggermente croccante, interno umido, cuore morbido, profumo intenso di cacao e frutta secca.
Oggi la torta caprese è uno di quei dolci con cui molti pasticceri scelgono di confrontarsi. Apparentemente semplice, in realtà richiede equilibrio, precisione e misura. Proprio su questa essenzialità lavora Vincenzo Faiella, maestro pasticcere campano, membro dell’Accademia Maestri del Lievito Madre e di Ambasciatori Pasticceri dell’Eccellenza Italiana, che nella sua boutique Faiella Pastry Chef a San Marzano sul Sarno, in provincia di Salerno, propone una doppia lettura della caprese: classica e al limone.
La sua interpretazione parte da un punto fermo: rispettare l’identità del dolce rendendolo contemporaneo. La caprese, infatti, è moderna proprio perché essenziale. Uova, burro, zucchero, cacao e farina di mandorle bastano a costruire un dessert compatto, privo di sovrastrutture. Ed è anche, per sua natura, un dolce gluten-free ante litteram, nato molto prima che l’assenza di farina diventasse una categoria alimentare o una tendenza di consumo.
«È un dolce che vive di contrasti e di sottrazione, per questo la torta caprese continua a parlarci con straordinaria attualità, unendo memoria e tecnica», racconta Vincenzo Faiella. «Per la versione al limone ho seguito lo stesso principio, modulando il profilo aromatico senza allontanarmi dall’identità della ricetta».

Nella versione classica, Faiella lavora sul rapporto tra cacao e mandorle, cercando una struttura compatta ma mai pesante. Il cuore resta morbido e avvolgente, mentre la superficie mantiene quella sottile croccantezza che è parte fondamentale dell’esperienza. La cottura diventa il passaggio decisivo: qualche minuto in più o in meno può spostare l’equilibrio tra umidità interna, intensità aromatica e consistenza finale.
Il cacao dà profondità, la mandorla arrotonda, il burro lega e sostiene. Il risultato è una caprese fedele al suo carattere originario: un dolce ricco ma non ridondante, capace di chiudere un pasto con intensità o di diventare protagonista di una merenda più strutturata. In pasticceria, Faiella la propone anche in abbinamento al gelato artigianale, dal fiordilatte alla vaniglia, fino a versioni più marcate come il variegato all’amarena, capaci di amplificare il contrasto tra cioccolato, latte e frutta.
Accanto alla caprese tradizionale, il maestro pasticcere firma una variante al limone che sposta il racconto verso un immaginario più mediterraneo. In questa versione il cacao lascia spazio al cioccolato bianco, mentre l’impasto viene profumato con scorza fresca, oli essenziali agrumati e limoncello. La farina di mandorle resta l’asse portante della ricetta, ma il profilo aromatico cambia: più chiaro, più fresco, più adatto alla primavera e all’estate.
La caprese al limone conserva la struttura del dolce originario, ma ne alleggerisce la percezione. La dolcezza del cioccolato bianco viene bilanciata dalla parte agrumata, mentre il limone introduce una nota luminosa che richiama immediatamente la Costiera, i giardini del Sud, i fine pasto all’aperto. Anche in questo caso, l’abbinamento ideale può arrivare dal freddo: sorbetti alla frutta fresca o gelato fiordilatte, capaci di accompagnare la parte burrosa dell’impasto senza appesantirla.
La torta caprese diventa così, nel lavoro di Faiella, un piccolo manifesto di metodo. Non una ricetta da stravolgere, ma un codice da comprendere. Non un esercizio nostalgico, ma una rilettura che parte dalle origini per arrivare a una proposta contemporanea. La pasticceria, del resto, vive spesso in questa tensione: proteggere la memoria e, allo stesso tempo, renderla nuovamente leggibile.
A San Marzano sul Sarno, Faiella porta avanti una ricerca che guarda alla tradizione dolciaria napoletana e campana attraverso studio, tecnica e sensibilità territoriale. La caprese classica e quella al limone raccontano proprio questo: due versioni diverse dello stesso dolce, due modi di interpretare un’icona senza tradirne la natura.
Perché la forza della torta caprese è ancora tutta lì, in quell’errore iniziale diventato lezione. A volte basta togliere un ingrediente per scoprire l’essenza di una ricetta. E a volte, da una mancanza, può nascere un classico destinato a restare.





